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14Assistere i poveri.
15Vestire gli ignudi.
16Visitare gli ammalati.
17Seppellire i morti.
18Soccorrere chi è in pena.
19Consolare gli afflitti.
20Estraniarsi da ogni pensiero e comportamento mondano.
21Nulla anteporre all’amore di Cristo.
22Non dare sfogo all’ira.
23Non conservare astio nel cuore.
24Non nutrire inganno nel cuore.
25Non dare con falsità l’abbraccio di pace.
26Non allontanarsi dalla carità.
27Non giurare, per evitare lo spergiuro.
28Dire la verità con il cuore e con la bocca.
29Non rendere male per male.
30Non fare ingiustizie, ma sopportare pazientemente quelle ricevute.
31Amare i nemici.
32Non maledire chi ci maledice, ma benedirlo.
33Sopportare le persecuzioni per la giustizia.
34Non montare in superbia.
35Non amare troppo il vino.
36Non essere goloso.
37Non essere sonnolento.
38Non essere pigro.
39Non mormorare.
40Non denigrare.
41Riporre la propria speranza in Dio.
42Attribuire a Dio e non a se stessi il bene che si crede di avere.
43Al contrario attribuire unicamente a se stessi il male.
44Temere il giorno del giudizio.
45Avere terrore dell’inferno.
46Desiderare ardentemente la vita eterna.
47Pensare ogni giorno alla morte.
48Vigilare continuamente sulle azioni della propria vita.
49Credere che in ogni luogo Dio ci vede.
50Infrangere contro Cristo i pensieri cattivi appena si presentano e manifestarli al padre spirituale.
51Non proferire parole cattive e disoneste.
52Non amare le chiacchiere.
53Non dire parole inutili o sciocche.
54Non ridere frequentemente o in maniera smodata.
55Ascoltare volentieri le sante letture.
56Pregare frequentemente.
57Ogni giorno confessare a Dio le proprie colpe con lacrime e gemiti, 58ed emendarsene.
59Non soddisfare i desideri della carne.
60Odiare la propria volontà.
61Obbedire sempre ai comandi dell’abate, anche se egli agisse differentemente. In questo caso ricordare la parola del Signore: «Fate ciò che dicono, ma non fate ciò che fanno» (Mt 23,3).
62Non voler essere considerato santo, ma diventarlo, affinché si possa dirlo con verità.
63Praticare ogni giorno i comandamenti di Dio.
64Amare la castità.
65Non odiare nessuno.
66Non avere gelosia.
67Non lasciarsi trasportare dall’invidia.
68Non amare i litigi.
69Fuggire l’orgoglio.
70Venerare gli anziani.
71Amare i giovani.
72Per amore di Cristo pregare per i nemici.
73Rappacificarsi prima del tramonto del sole con chi è in discordia con noi.
74Mai disperare della misericordia di Dio.
75Questi sono gli strumenti dell’arte spirituale. 76Se noi li adopereremo ininterrottamente notte e giorno e li riconsegneremo nel giorno del giudizio, il Signore ci darà il premio da lui promesso: 77«Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono nel cuore dell’uomo, queste cose ha preparato Dio per coloro che lo amano» (1Cor 2,9).
78L’officina, in cui adoperare tali strumenti, è il recinto del monastero e la permanenza continua in una famiglia monastica.
P R O L O G O
Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del maestro; apri l'orecchio del tuo cuore, accogli volentieri le esortazioni del padre, che ti ama, e mettile efficacemente in pratica.
Così con la fatica dell'obbedienza ritornerai a Dio, dal quale ti sei allontanato con la pigrizia della disobbedienza.
Dunque, mi rivolgo a tè, chiunque tu sia, che, rinunciando a ogni personale volontà, impugni le forti e gloriose armi dell'obbedienza per combattere nell'esercito di Cristo, vero re.
Innanzitutto chiedi al Signore con preghiera fervorosa che lui stesso conduca a termine ciò che ti accingi a fare; Sicché egli, che si è degnato di annoverarci tra i suoi figli, non debba un giorno rattristarsi per il nostro comportamento cattivo.
Dobbiamo mettere a frutto i suoi doni per questi motivi: perché un giorno, come padre corrucciato, non ci tolga l'eredità, ''ma, anche perché come padrone terribile, offeso dalle nostre colpe, non ci condanni al castigo eterno quali servi malvagi, che hanno rifiutato di seguirlo nella gloria.
Recidiamoci una buona volta! La Scrittura lo esige dicendoci: «E ormai ora di svegliarci dal sonno» (Rm 13,11). ''Apriamo gli occhi alla luce divina, ascoltiamo attentamente ciò che la voce del Signore ci grida di continuo:
«Ascoltate oggi la sua voce: non indurite il cuore» (Sal 94,8); e ancora: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Ap 2,7).
E che cosa dice? «Venite, figli, ascoltatemi; vi insegnerò il timore di Dio» (Sal 33,12).
«Correte mentre avete la luce, perché non vi sorprendano le tenebre della morte» (Gv 12,35).
Signore, cercando un operaio tra la folla, aggiunge: «Chi è colui che desidera la vita e brama vedere giorni felici?» (Sal 33,13). Se tu, all'udirlo, rispondi: «Io», il Signore ti dice: «Se vuoi possedere la vita vera ed eterna, preserva la lingua dal male, le labbra da parole bugiarde. Sta lontano dal male e fa il bene, cerca la pace e perseguila» (Sal 33,14-15).
Se vi comporterete così, i miei occhi saranno su di voi e le mie orecchie ascolteranno le vostre preghiere e, prima ancora che mi invochiate, vi dirò: «Eccomi» (Is 58,9).
C'è forse per noi, fratelli carissimi, qualcosa di più soave di questa voce del Signore che ci invita? Dunque nella sua bontà il Signore stesso ci mostra il cammino per giungere alla vita. Orsù, cingiamoci i fianchi con la fede e con la pratica delle buone opere; percorriamo la strada, sulla quale ci guida il vangelo: soltanto così diventeremo degni di vedere Dio, «che ci ha chiamati nel suo regno» (1Ts 2,12).
Se abbiamo intenzione di abitare nella dimora di Dio, dobbiamo correre con la pratica delle buone opere, senza le quali non vi giungeremmo mai. "Ma con il Profeta rivolgiamo a Dio questa domanda: «Signore, chi abiterà nella tua tenda? Chi dimorerà sul tuo santo monte?» (Sal 14,1). Ascoltiamo, fratelli, la risposta che egli ci da mostrandoci contemporaneamente la via, che conduce alla sua dimora: «Chi cammina senza colpa, agisce con giustizia e parla lealmente, non dice calunnia con la lingua, non fa danno al suo prossimo e non lancia insulto al suo vicino» (Sal 12,2-3). Chi, respingendo dagli sguardi del proprio cuore il diavolo insieme alla sua tentazione, lo annienta e ne frustra già sul nascere i progetti, infrangendoli contro Cristo; chi, pieno di timor di Dio, non si insuperbisce per la propria buona condotta ma, riconoscendo le sue buone qualità come dono divino, glorifica il Signore che opera in lui, dicendo con il Profeta: «Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome da gloria» (Sal 113b,l). Allo stesso modo anche l'apostolo Paolo non si è attribuito nessun merito per la sua predicazione, se diceva: «Per grazia di Dio sono quello che sono»
(1Cor 15,10); e ancora: «Chi si vanta, si vanti nel Signore» (2Cor 10,17).
Cristo dice nel vangelo: «Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, poiché era fondata sulla roccia» (Mt 7,24-25).
In conclusione, il Signore aspetta ogni giorno, senza stancarsi, che noi corrispondiamo con i fatti alle sue sante esortazioni. Per questo egli ci concede i giorni di questa vita terrena come tempo per correggerci dai vizi, secondo quanto dice l'Apostolo: «Non vedi che la pazienza di Dio ti spinge alla conversione?» (Rm 2,4). ^Nella sua bontà il Signore stesso afferma: «Io non godo della morte dell'empio, ma voglio che egli desista dalla sua condotta e viva» (Ez 33,11).
Fratelli, dopo aver chiesto al Signore chi possa dimorare nella sua casa, abbiamo appreso le condizioni per abitarvi: tocca ora a noi metterle in pratica!
Perciò, disponiamo il cuore e il corpo ai comandamenti divini, per servire nell'obbedienza. Per quello poi che non riesce a fare la nostra natura, preghiamo il Signore di venirci in aiuto con la sua grazia.
Bramiamo noi fuggire le pene dell'inferno e giungere alla vita eterna? Allora, finché abbiamo tempo in questa vita, e possiamo quindi adempiere i nostri doveri, impegniamoci a fare quanto ci può essere utile per tutta l'eternità!
Istituiremo a tale scopo una scuola di servizio divino; e nell'organizzarla speriamo di non programmare nulla di gravoso o d'in sopportabile. Se poi per motivi giustificati t'imbatterai in disposizioni alquanto severe, necessario per correggere i vizi o per conservare la carità, non devi per questo spaventarti e abbandonare subito la via della salvezza, dove si può entrare solo attraverso una porta stretta. Sappi però che, progredendo nella vita monastica e nella fede, il tuo cuore si dilaterà e in una ineffabile dolcezza d'amore correrai nella via dei divini comandamenti.
Di conseguenza non lasceremo mai il suo insegnamento, e persevereremo in monastero, nella sua scuola, fino alla morte; e così parteciperemo, mediante la pazienza, alla passione di Cristo, per meritare di condividere anche il suo regno. Amen.
Origini di San Benedetto.
(tratto dal Prologo del Libro II dei Dialoghi di San gregorio Magno)
Ci fu un uomo di vita santa, "Benedetto" per grazia e per nome. Fin da ragazzo possedeva la saggezza di una persona matura. Percorrendo l'età col suo tenore di vita, non si diede ai piaceri del mondo pagano, ma disprezzò, come fosse un deserto, il mondo con le sue attrattive, quelle stesse di cui avrebbe potuto godere liberamente.
Era nato a Norcia da famiglia benestante. Mandato in seguito a Roma per compiervi gli studi classici, e vedendo che i suoi colleghi scivolavano nel baratro dei vizi, per non cadere anch'egli in quel profondo precipizio, ritrasse subito il piede dal quel mondo che aveva appena sfiorato. Perciò, abbandonati gli studi, rinunciò alla famiglia e all'eredità paterna e, desideroso di piacere unicamente a Dio, decise di abbracciare la vita monastica. Si allontanò, quindi, da Roma saggiamente consapevole di ignorare l'orgogliosa scienza terrena.
Io non l'ho conosciuto personalmente, ma quel poco che sto per raccontare l'ho udito da quattro suoi discepoli, cioè: da Costantino, uomo molto stimato e suo successore nella guida del monastero di Montecassino; da Valentiniano, che per anni è stato superiore del monastero al Laterano; da Simplicio, che gli fu terzo successore; infine, da Onorato, che ancora oggi governa il monastero di Subiaco', dove inizialmente Benedetto era vissuto da semplice monaco.
II primo monastero che san Benedetto fondò presso il lago di Subiaco, fu dedicato a S. Clemente papa; in seguito, però, lo si chiamò "S. Scolastica", in onore della sorella.
SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI ci offre una sua riflessione sulla figura di san Benedetto
San Benedetto, Fondatore del monachesimo occidentale, e anche Patrono del mio pontificato. Comincio con una parola di san Gregorio Magno, che scrive di san Benedetto: “L’uomo di Dio che brillò su questa terra con tanti miracoli non rifulse meno per l’eloquenza con cui seppe esporre la sua dottrina” (Dial. II, 36). Queste parole il grande Papa scrisse nell’anno 592; il santo monaco era morto appena 50 anni prima ed era ancora vivo nella memoria della gente e soprattutto nel fiorente Ordine religioso da lui fondato. San Benedetto da Norcia con la sua vita e la sua opera ha esercitato un influsso fondamentale sullo sviluppo della civiltà e della cultura europea. La fonte più importante sulla vita di lui è il secondo libro dei Dialoghi di san Gregorio Magno. Non è una biografia nel senso classico. Secondo le idee del suo tempo, egli vuole illustrare mediante l’esempio di un uomo concreto – appunto di san Benedetto – l’ascesa alle vette della contemplazione, che può essere realizzata da chi si abbandona a Dio. Quindi ci dà un modello della vita umana come ascesa verso il vertice della perfezione. San Gregorio Magno racconta anche, in questo libro dei Dialoghi, di molti miracoli compiuti dal Santo, ed anche qui non vuole semplicemente raccontare qualche cosa di strano, ma dimostrare come Dio, ammonendo, aiutando e anche punendo, intervenga nelle concrete situazioni della vita dell’uomo. Vuole mostrare che Dio non è un’ipotesi lontana posta all’origine del mondo, ma è presente nella vita dell’uomo, di ogni uomo.
Questa prospettiva del “biografo” si spiega anche alla luce del contesto generale del suo tempo: a cavallo tra il V e il VI secolo il mondo era sconvolto da una tremenda crisi di valori e di istituzioni, causata dal crollo dell’Impero Romano, dall’invasione dei nuovi popoli e dalla decadenza dei costumi. Con la presentazione di san Benedetto come “astro luminoso”, Gregorio voleva indicare in questa situazione tremenda, proprio qui in questa città di Roma, la via d’uscita dalla “notte oscura della storia” (cfr Giovanni Paolo II, Insegnamenti, II/1, 1979, p. 1158). Di fatto, l’opera del Santo e, in modo particolare, la sua Regola si rivelarono apportatrici di un autentico fermento spirituale, che mutò nel corso dei secoli, ben al di là dei confini della sua Patria e del suo tempo, il volto dell’Europa, suscitando dopo la caduta dell’unità politica creata dall’impero romano una nuova unità spirituale e culturale, quella della fede cristiana condivisa dai popoli del continente. E’ nata proprio così la realtà che noi chiamiamo “Europa”.
La nascita di san Benedetto viene datata intorno all’anno 480. Proveniva, così dice san Gregorio, “ex provincia Nursiae” – dalla regione della Nursia. I suoi genitori benestanti lo mandarono per la sua formazione negli studi a Roma. Egli però non si fermò a lungo nella Città eterna. Come spiegazione pienamente credibile, Gregorio accenna al fatto che il giovane Benedetto era disgustato dallo stile di vita di molti suoi compagni di studi, che vivevano in modo dissoluto, e non voleva cadere negli stessi loro sbagli. Voleva piacere a Dio solo; “soli Deo placere desiderans” (II Dial., Prol 1). Così, ancora prima della conclusione dei suoi studi, Benedetto lasciò Roma e si ritirò nella solitudine dei monti ad est di Roma. Dopo un primo soggiorno nel villaggio di Effide (oggi: Affile), dove per un certo periodo si associò ad una “comunità religiosa” di monaci, si fece eremita nella non lontana Subiaco. Lì visse per tre anni completamente solo in una grotta che, a partire dall’Alto Medioevo, costituisce il “cuore” di un monastero benedettino chiamato “Sacro Speco”. Il periodo in Subiaco, un periodo di solitudine con Dio, fu per Benedetto un tempo di maturazione. Qui doveva sopportare e superare le tre tentazioni fondamentali di ogni essere umano: la tentazione dell’autoaffermazione e del desiderio di porre se stesso al centro, la tentazione della sensualità e, infine, la tentazione dell’ira e della vendetta. Era infatti convinzione di Benedetto che, solo dopo aver vinto queste tentazioni, egli avrebbe potuto dire agli altri una parola utile per le loro situazioni di bisogno. E così, riappacificata la sua anima, era in grado di controllare pienamente le pulsioni dell’io, per essere così un creatore di pace intorno a sé. Solo allora decise di fondare i primi suoi monasteri nella valle dell’Anio, vicino a Subiaco.
Nell’anno 529 Benedetto lasciò Subiaco per stabilirsi a Montecassino. Alcuni hanno spiegato questo trasferimento come una fuga davanti agli intrighi di un invidioso ecclesiastico locale. Ma questo tentativo di spiegazione si è rivelato poco convincente, giacché la morte improvvisa di lui non indusse Benedetto a ritornare (II Dial. 8). In realtà, questa decisione gli si impose perché era entrato in una nuova fase della sua maturazione interiore e della sua esperienza monastica. Secondo Gregorio Magno, l’esodo dalla remota valle dell’Anio verso il Monte Cassio – un’altura che, dominando la vasta pianura circostante, è visibile da lontano – riveste un carattere simbolico: la vita monastica nel nascondimento ha una sua ragion d’essere, ma un monastero ha anche una sua finalità pubblica nella vita della Chiesa e della società, deve dare visibilità alla fede come forza di vita. Di fatto, quando, il 21 marzo 547, Benedetto concluse la sua vita terrena, lasciò con la sua Regola e con la famiglia benedettina da lui fondata un patrimonio che ha portato nei secoli trascorsi e porta tuttora frutto in tutto il mondo.
Nell’intero secondo libro dei Dialoghi Gregorio ci illustra come la vita di san Benedetto fosse immersa in un’atmosfera di preghiera, fondamento portante della sua esistenza. Senza preghiera non c’è esperienza di Dio. Ma la spiritualità di Benedetto non era un’interiorità fuori dalla realtà. Nell’inquietudine e nella confusione del suo tempo, egli viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e l’uomo con i suoi bisogni concreti. Vedendo Dio capì la realtà dell’uomo e la sua missione. Nella sua Regola egli qualifica la vita monastica “una scuola del servizio del Signore” (Prol. 45) e chiede ai suoi monaci che “all’Opera di Dio [cioè all’Ufficio Divino o alla Liturgia delle Ore] non si anteponga nulla” (43,3). Sottolinea, però, che la preghiera è in primo luogo un atto di ascolto (Prol. 9-11), che deve poi tradursi nell’azione concreta. “Il Signore attende che noi rispondiamo ogni giorno coi fatti ai suoi santi insegnamenti”, egli afferma (Prol. 35). Così la vita del monaco diventa una simbiosi feconda tra azione e contemplazione “affinché in tutto venga glorificato Dio” (57,9). In contrasto con una autorealizzazione facile ed egocentrica, oggi spesso esaltata, l’impegno primo ed irrinunciabile del discepolo di san Benedetto è la sincera ricerca di Dio (58,7) sulla via tracciata dal Cristo umile ed obbediente (5,13), all’amore del quale egli non deve anteporre alcunché (4,21; 72,11) e proprio così, nel servizio dell’altro, diventa uomo del servizio e della pace. Nell’esercizio dell’obbedienza posta in atto con una fede animata dall’amore (5,2), il monaco conquista l’umiltà (5,1), alla quale la Regola dedica un intero capitolo (7). In questo modo l’uomo diventa sempre più conforme a Cristo e raggiunge la vera autorealizzazione come creatura ad immagine e somiglianza di Dio.
All’obbedienza del discepolo deve corrispondere la saggezza dell’Abate, che nel monastero tiene “le veci di Cristo” (2,2; 63,13). La sua figura, delineata soprattutto nel secondo capitolo della Regola, con un profilo di spirituale bellezza e di esigente impegno, può essere considerata come un autoritratto di Benedetto, poiché – come scrive Gregorio Magno – “il Santo non poté in alcun modo insegnare diversamente da come visse” (Dial. II, 36). L’Abate deve essere insieme un tenero padre e anche un severo maestro (2,24), un vero educatore. Inflessibile contro i vizi, è però chiamato soprattutto ad imitare la tenerezza del Buon Pastore (27,8), ad “aiutare piuttosto che a dominare” (64,8), ad “accentuare più con i fatti che con le parole tutto ciò che è buono e santo” e ad “illustrare i divini comandamenti col suo esempio” (2,12). Per essere in grado di decidere responsabilmente, anche l’Abate deve essere uno che ascolta “il consiglio dei fratelli” (3,2), perché “spesso Dio rivela al più giovane la soluzione migliore” (3,3). Questa disposizione rende sorprendentemente moderna una Regola scritta quasi quindici secoli fa! Un uomo di responsabilità pubblica, e anche in piccoli ambiti, deve sempre essere anche un uomo che sa ascoltare e sa imparare da quanto ascolta.
Benedetto qualifica la Regola come “minima, tracciata solo per l’inizio” (73,8); in realtà però essa offre indicazioni utili non solo ai monaci, ma anche a tutti coloro che cercano una guida nel loro cammino verso Dio. Per la sua misura, la sua umanità e il suo sobrio discernimento tra l’essenziale e il secondario nella vita spirituale, essa ha potuto mantenere la sua forza illuminante fino ad oggi. Paolo VI, proclamando nel 24 ottobre 1964 san Benedetto Patrono d’Europa, intese riconoscere l’opera meravigliosa svolta dal Santo mediante la Regola per la formazione della civiltà e della cultura europea. Oggi l’Europa – uscita appena da un secolo profondamente ferito da due guerre mondiali e dopo il crollo delle grandi ideologie rivelatesi come tragiche utopie – è alla ricerca della propria identità. Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, “un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità” (Insegnamenti, XIII/1, 1990, p. 58). Cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola di san Benedetto come una luce per il nostro cammino. Il grande monaco rimane un vero maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero.
(Udienza Generale 9.042008)
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