XXII Domenica del Tempo Ordinario -
Anno C
La vera umiltà
Dal
«Discorso sull’Annunciazione del Signore» di sant’Elredo, abate.
In verità, fratelli, non ci può essere in noi vera
umiltà se non è alimentata da un timore salutare, né obbedienza se non è resa
soave dallo spirito di pietà, né giustizia se non è sorretta dalla scienza
dello Spirito, né pazienza se non è sostenuta dallo spirito di fortezza, né
misericordia se non è illuminata dal consiglio, né purezza di cuore se non è
custodita dall’intelligenza delle cose celesti, né carità se non è vivificata
dalla sapienza che è il gusto delle cose di Dio.
Tutto questo si trova nella sua pienezza solo in
Cristo, nel quale è tutto il bene e non in parte. Egli manifestò l’umiltà nella
sua nascita perché «spoglio se
stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini apparve
in forma umana» (Fil 2,7).
Nella
sottomissione ai genitori mostrò l’obbedienza quando, abbandonando ciò che gli
stava a cuore, «tornò a Nazaret e stava loro sottomesso» (Lc 2,51). Nella sua dottrina poi non trascurò la giustizia dicendo:
«Rendete a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio» (Lc 20,25).
Nella passione soprattutto mostrò in modo eminente la
pazienza, offrendo il dorso ai flagelli, il volto agli sputi, il capo alle
spine, la mano alla canna; e in tutte queste cose, come disse il profeta: «non griderà né alzerà il tono, non farà udire
in piazza la sua voce» (Is 42,2),
perché «era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai
suoi tosatori, e non aprì la sua bocca» (Is
53,7). I ciechi poi cui rese la vista, i lebbrosi che risanò, i morti da
lui risuscitati, e particolarmente l’adultera da lui perdonata, la meretrice
pentita che egli accolse, il paralitico a cui rimise i peccati: tutti questi
sperimentarono la sua misericordia.
Ma
poiché non c’è maggior prova di carità dell’amore verso i nemici, del bene che
si fa a chi ci odia e dell’aiuto che offriamo a coloro che ci calunniano,
possiamo misurare il suo amore da quelle parole che proferì morente sulla croce
quando pregò per i suoi stessi uccisori: «Padre, perdonali, perché non sanno
quello che fanno» (Lc 23,24).
Perciò,
fratelli, lo Spirito Santo ha infuso nel nostro cuore il suo timore: affinché
meditandolo continuamente come masticando un cibo salutare, la nostra umiltà
interiore si irrobustisca; preghiamolo perché ne rivesta anche il nostro
comportamento esterno, ma facciamo in modo di non compiere il bene appena per
essere visti dagli uomini.
– di consacrarti alla vita monastica benedettina nella “ricerca di Dio”, nella consegna fiduciosa alla forza del suo Spirito e “senza nulla anteporre all’amore del Cristo” (RB 4,21)
– di abbracciare nella preghiera tutti gli uomini e il cosmo intero
– di scoprire le profondità della dimensione del silenzio
– di intessere il laborioso e gioioso dialogo della carità nell’umile servizio ai fratelli, nell’ascolto e nello studio assiduo della Parola di Dio, e nel lavoro quotidiano allora, contatta il monaco: