|
|
 |
|
Utenti online:5
GRAZIE PADRE
Grazie o Padre
per la natura,
quando contempliamo
le meraviglie del mondo,
la nostra lode
si rivolge a Te,
unico Creatore!
Grazie o Padre
per ogni uomo:
non hai voluto che fossimo
schiavi ma figli
donandoci la libertà
di accogliere o rifiutare
il Tuo amore.
Grazie o Padre
per la Tua sollecitudine
attenta e fedele che non lascia al caso la nostra vita
ma veglia su di noi
ogni istante.
Grazie o Padre
per averci donato
il Tuo Figlio Gesù,
che per amore
ha donato la Sua vita
per la nostra redenzione.
Grazie o Padre
per aver creato ogni persona
a Tua immagine:
nell'intelligenza,
nella capacità di creare
ma soprattutto
hai donato ad ogni uomo
la forza di Amare.
Grazie o Padre.
|
|
| © Abbazia Madonna della Scala |
|
|
| Cronaca tratta dalla Rivista "La Scala" |
|
CRONACA DEL MONASTERO
Giuseppe Poggi osb
11 luglio 2010
Festa del S. P. Benedetto
Quest’anno la
solennità del N. S. P. Benedetto è caduta in giorno di domenica. La mattina, il
suono festoso delle campane ha annunziato la celebrazione delle Lodi pontificali
a cui, nella tarda mattinata, ha fatto seguito la S. Messa pontificale e, nel
pomeriggio, i Vespri, anch’essi pontificali. Il tutto è stato presieduto dal P.
Abate Donato.
12 luglio 1930 –2010
Ottanta anni dalla fondazione del Monastero
La commemorazione dell’80° di fondazione del nostro monastero è
avvenuta il giorno dopo la solennità di S. Benedetto. Infatti, i monaci
fondatori provenienti dall’Abbazia “S. Giovanni Evangelista” di Parma,
arrivarono a Noci esattamente la mattina del 12 luglio 1930. La commemorazione è stata molto sobria, com’è nello stile monastico. Il
pranzo è stato consumato con i preti, i diaconi e i seminaristi nativi di Noci
o che operano nella nostra cittadina; in tutto oltre una ventina. È stato un
bel segno di unità e di fraternità. Come ormai da consuetudine, in questi
ultimi anni, essi sono invitati a condividere la mensa monastica in occasione
della solennità di S. Benedetto. Quest’anno, però, dato l’impedimento dovuto
alla festività domenicale e, soprattutto, all’ottantesimo anniversario di
fondazione del monastero, che si sarebbe celebrato il giorno seguente, l’agape
fraterna è stata posticipata al 12 luglio. Anche in questa occasione, come
in tutte le commemorazioni, due sono i sentimenti che nascono nel cuore:
domandare perdono e ringraziare. Prima di tutto si domanda perdono al Signore,
datore di ogni bene, perché non sempre si è corrisposto al suo amore, ai tanti
suoi innumerevoli doni. Il secondo pensiero che sgorga dal cuore è quello di
ringraziare il Signore per i suoi innumerevoli benefici. La celebrazione eucaristica dell’ottantesimo anniversario è stata
presieduta dal nostro Vescovo diocesano Mons. Domenico Padovano, assistito
dall’Ab. Donato e dall’Ab. Giacomo Basso, del monastero “S. Giovanni
Evangelista” di Parma, da dove, appunto, partirono i primi cinque monaci
fondatori, inviati dall’allora abate parmense, il P. D. Emanuele Caronti. Con
l’Ab. Giacomo è venuto da Parma anche l’Ab. Ludovico Intini, che nel 1930 era
presente, come chierichetto, alla posa e alla benedizione della prima pietra
dell’erigendo monastero. Benché ultranovantenne, conserva ancora un ricordo
indelebile dell’avvenimento, come diremo in seguito. Alla concelebrazione era presente, giunto con un po’ di ritardo, anche
l’Arcivescovo di Foggia Mons. Francesco Pio Tamburrino con il fratello P.
Giuseppe, monaco di Praglia. Hanno concelebrato parecchi sacerdoti di Noci e di
altre cittadine dei dintorni. Alla S. Messa erano presenti le autorità civili e
militari , che non stiamo qui ad elencare. La chiesa era super affollata, come
nelle grandi feste. Da aggiungere una nota, che è giusto rilevare: l’ornamento
floreale era sobrio e signorile con composizioni di “anthurium” rossi che si
sono mantenuti freschi e colorati per oltre una ventina di giorni. Un grazie
particolare a chi ha fatto questo omaggio floreale, bello e gradito. La celebrazione è durata quasi due ore, anche se il tempo è passato
veloce, perché tutti hanno partecipato con intensa emozione; anche questo è
stato notato e riferito con entusiasmo da molte persone alla fine della
celebrazione. Ma veniamo alla cronaca della S. Messa che, come abbiamo
detto, è stato il fulcro della celebrazione dell’ottantesimo. All’inizio, il
nostro Vescovo diocesano, Mons. Domenico Padovano, che non ha voluto mancare a
questa celebrazione, ne ha spiegato in poche e precise parole il significato.
Eccole:
“Ottanta anni fa è stato fatto un grande dono a questa Chiesa, a questa
terra: una terra in cui la coltura dell’ulivo si sposa con la cultura del mare.
Lo Spirito Santo, servendosi della generosità di un pia e santa donna, ha
voluto istituire questo cenacolo di preghiera, questa Comunità che evangelizza,
che testimonia, che prega. E noi siamo qui per dire grazie al Signore per il
dono che ha voluto fare a questa terra. E lo diremo celebrando l’Eucarestia. E
ora disponiamo il nostro cuore ad una degna celebrazione”.
La Messa di ringraziamento è proseguita con la Liturgia della Parola,
con letture appositamente scelte per l’occasione. Riportiamo qui di seguito
qualche pensiero tratto dall’omelia del P. Ab. Giacomo:
“Abbiamo ascoltato insieme questa
Parola di Dio per celebrare con maggiore intensità e festività la ricorrenza
dell’ottantesimo anniversario della fondazione di questo monastero da parte del
monastero di “S. Giovanni Evangelista” di Parma. Da Parma è venuto con me anche
l’Ab. Ludovico Intini – che penso la maggior parte di voi conosca, sia perché
cittadino e originario di Noci sia perché è stato abate di questo monastero –
il quale è rappresentante vivo e memoria storica della fondazione. Siamo qui
per celebrare una festa straordinaria e nella prima lettura [1Re 8,55-61] siamo
stati tutti invitati a benedire, a cantare, a glorificare le meraviglie di Dio.
E il momento migliore per celebrare queste è proprio durante questa
celebrazione eucaristica. Abbiamo ascoltato anche la seconda lettura di san
Paolo [Ef 1,3-14], che mi dà l’occasione per puntualizzare brevemente e mettere
a fuoco due realtà: anzitutto l’avvenimento di ottanta anni fa, cosa è successo
allora, come sono andate le cose – ma questo interessa gli storici – e poi per
celebrare l’amore del Signore, che si manifesta sempre, in ogni avvenimento.
Cristo è il centro di ogni avvenimento. E san Paolo ci ha detto che in ogni
situazione dobbiamo cantare, benedire, ringraziare e magnificare: “Sia
benedetto Dio Padre che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei
cieli, in Cristo”. Ottanta anni fa avvenne che un gruppetto di monaci venne in
questo luogo, al centro, potremmo dire delle Puglie, per rendere vivo e
presente l’amore benevolo del Padre, formando una piccola comunità dove potesse
rendersi viva e presente la vita della Trinità in mezzo a noi, la presenza di
Dio che si manifesta nelle vicende umane. E noi siamo qui per cantare, per
meravigliarci, per far festa. Nel brano del Vangelo [Lc 1,39-56] abbiamo ascoltato
come si costruisce un monastero, cioè come tutti siamo chiamati a rendere vivo
e presente nel cuore degli uomini l’amore di Dio. San Benedetto, nella sua Regola, per tre volte ricorda al monaco di “nulla anteporre
all’amore di Dio”. Il centro del suo cuore, cioè, deve essere preso,
affascinato dalla conoscenza e dall’amore di Cristo Signore. Ottanta anni fa
sono venuti qui i monaci e qui non c’era un bel niente. In questi anni hanno
costruito il monastero. Che cos’è un monastero? Il monastero è il luogo
splendido, affascinante della presenza di Dio in mezzo a noi. Il monastero, in
genere, è formato da un chiostro e intorno al chiostro c’è la vita dei monaci:
un oratorio, una biblioteca, un refettorio, un dormitorio. C’è quello che serve
per vivere. Però il centro del chiostro è vuoto. Perché? Perché il centro è un
simbolo, è il simbolo del cuore donato dal monaco a Cristo. Abbiamo ascoltato la Madonna che canta:
“L’anima mia magnifica il Signore”. L’anima di Lei benedice, loda, è
affascinata dal mistero del Signore perché Egli ha guardato a lei che sente di
non valere niente, ha guardato l’umiltà della sua serva. Ora, nella nostra vita, giorno dopo giorno, per
costruire veramente un monastero interiore, dovremmo fare anche noi una
rivoluzione copernicana, sganciarci dai tanti nostri idoli e mettere al centro
del nostro cuore l’amore grande, affascinante di Cristo Gesù. È quello che
hanno cercato di fare i monaci in tutti questi anni, è quello che siamo
invitati a fare tutti noi guardando, conoscendo, amando i monaci di questo
monastero. La Madonna della Scala, che ci invita tutti a
salire, giorno dopo giorno, la scala della conoscenza dell’amore di Dio, ci aiuti
ad essere sempre più consapevoli della ricchezza della benevolenza di Cristo
Signore. Per questo ci affidiamo anche alla vostra preghiera”.
La S. Messa è proseguita con il consueto raccoglimento; dopo la
Comunione, che ha richiesto molto tempo, anche se vi erano tre concelebranti a
distribuirla, il vescovo Mons. Padovano ha preso la parola dicendo:
“I vetri si illumineranno all’ora del mattutino, l’ira di Dio non
schiaccerà questa terra che corre pazza nella notte”. Un’espressione bella e
forte. Essa è scritta per chi le notti le vive vuote, senza senso. Sì, quando
si spengono le insegne pubblicitarie e tutto comincia a tacere, mentre gli
ultimi nottambuli si ritirano, le finestre dei monasteri si illuminano e
ricordano a tutti una comunità che prega per tutti. Abbiamo bisogno di quelle
finestre illuminate all’alba, abbiamo bisogno delle vostre preghiere, dei
vostri canti, della vostra accoglienza, cari monaci. A nome della Chiesa che è in Conversano-Monopoli esprimo tutta la gioia
per la presenza benedettina tra noi. È un faro nel mondo della spiritualità,
della cultura. È una presenza benedicente nel mondo del lavoro, soprattutto
delle nostre campagne. È un’oasi di pace per i sacerdoti della Diocesi, delle
diocesi vicine che vengono qui mensilmente per le giornate di spiritualità, per
la confessione periodica: è una clinica dello spirito per tutti quei penitenti
che trovano sempre nei confessionali dell’abbazia qualcuno che li accoglie, li
ascolta, li perdona. Ecco, esprimo con tutto il cuore la gratitudine della Chiesa che è qui,
per questa presenza. Il Signore ce la conservi a lungo. È veramente una scala
che la Madonna ha messo a disposizione della nostra terra per raggiungere più
facilmente Dio”.
Quindi ha preso la parola il P. Abate Donato che ha porto il
ringraziamento della comunità a tutti dicendo:
“Ritengo sia non solo doveroso ma anche un bisogno del cuore
ringraziare tutti voi, perché, in fondo, la gratitudine è la memoria del cuore.
E noi siamo qui per dire “grazie” al Signore per i benefici che ha concesso a
questa comunità monastica nel corso di ottanta anni di vita. E sono grato al
Signore che anche voi abbiate potuto unirvi alla nostra comunità per rendere
grazie al Signore di tutti i doni che ha elargito su di noi. Naturalmente, un
grazie sincero e particolare al nostro vescovo Mons. Domenico Padovano che ha
voluto onorarci della sua presenza: questo è un segno della benevolenza della
Chiesa locale nei nostri confronti, ma anche un segno della stima reciproca,
perché anche noi ci sentiamo parte viva di questa Chiesa alla quale apportiamo
la ricchezza del nostro carisma monastico-benedettino. Ringrazio anche Mons.
Francesco Pio Tamburrino, Arcivescovo di Foggia, che è un benedettino e ci ha
fatto la sorpresa di unirsi a noi in questa celebrazione. Ringrazio i sacerdoti
che hanno concelebrato; le autorità civili e militari, che saluto un maniera
collettiva per non dimenticare nessuno; e poi ringrazio tutti voi, amici di
lunga o di recente data. So che ci siete vicini, so che continuate a seguirci
con il vostro affetto, la vostra amicizia e talvolta anche con il vostro aiuto
materiale. Ma se è la grazia del Signore a riversare su di noi innumerevoli
benefici, ordinariamente Egli li compie con il nostro concorso, ed è quindi
doveroso ripensare a ciò che i nostri predecessori hanno fatto quassù,
soprattutto i primissimi monaci guidati dall’Ab. Giovanni Battista Ceci, che
hanno trasformato una brulla collina in un’oasi di verde e di pace e che ce
l’hanno consegnata, non senza tanta sofferenza, tanta fatica, tanta preghiera.
E noi siamo qui per ringraziare il Signore per tutti loro, che ora non sono più
in mezzo a noi. E con loro, desideriamo ringraziare anche i tanti amici che,
con il loro apporto concreto, hanno reso possibile la costruzione materiale del
monastero, così come lo vediamo oggi. Anche fra di essi, molti non sono più con
noi e hanno raggiunto la Casa del Padre. Ci auguriamo che, assieme ai monaci
defunti, anch’essi, da lassù, ci seguano e ci amino. Ottanta anni fa era presente qui alla Scala, un
ragazzino di undici anni che reggeva il pastorale all’Abate Caronti nel momento
in cui questi benediceva la posa della prima pietra, il 18 agosto 1930.
Suppongo che quel ragazzino fosse preso da un sacro timore, quello che,
generalmente, incuteva l’Abate Caronti. Ebbene, quel ragazzino, oggi
novantunenne, è l’Ab. Ludovico Intini, che nel frattempo è divenuto monaco di
Parma ed è stato anche abate di questo monastero del 1978 al 1985, dunque mio
predecessore. Vorrei dunque cedere subito la parola a lui, perché non sta più
nella pelle dal desiderio di condividere la sua testimonianza con noi”. E qui, con un sorriso di compiacimento, è esploso un irresistibile
applauso da parte di tutti i presenti, a cui ha fatto seguito il discorso dell’Ab.
Intini, che è piaciuto moltissimo e che è stato sottolineato dagli affettuosi applausi
rivoltigli. Qui per i nostri lettori riportiamo l’essenziale di quanto egli ha
detto, perché ne possano gustare anche coloro che non erano presenti alla
celebrazione.
“L’Abate Donato ha voluto che io parlassi perché la mia storia
monastica coincide con la storia di questo monastero. La giovinezza della
comunità e del monastero della Madonna della Scala è coincisa con la mia
giovinezza. Il giorno 12 luglio del 1930 i monaci di Parma arrivarono qui a
Noci. Nella cronaca del monastero di Parma è scritto così: “Il padre tale,
tal’altro e tal’altro (ed elenca i cinque monaci partenti) sono partiti per
passare qualche giorno in famiglia e poi proseguiranno per Noci”. In quella
Cronaca c’è una punta di amarezza, quasi di diffidenza, come se il cronista si
domandasse: ma che cosa vanno a fare in quella terra? La venuta dei monaci a Noci ha segnato un cambiamento della
storia del nostro paese, ha segnato un cambiamento nella storia della zona della
Madonna della Scala, ma ha segnato un cambiamento nella mia vita. Io qui rivelo
la mia età: avevo undici anni, avevo terminato la quinta elementare e la mia
decisione era di andare in seminario e non so perché, all’improvviso, mi è
venuto di seguire questi monaci. Ecco, voi non potete immaginare l’impressione
che quei cinque monaci hanno provocato nella popolazione di Noci. Il modo con
cui celebravano la Messa, il modo con cui si comportavano nel rapporto con la
gente. In Noci è avvenuto un cambiamento, il cambiamento è avvenuto in me, per
cui ho deciso di seguire quei monaci e anche ora mi domando perché. Non
conoscevo, non sapevo nulla di S. Benedetto, tanto meno sapevo di quei monaci;
eppure mi è venuto il desiderio di diventare monaco. Quando lo espressi ad un
seminarista, lui mi accompagnò in canonica dove dimoravano i monaci. Suonammo
alla porta e venne ad aprire il P. Gaetano, il quale mi disse subito: “Corri a
chiamare tuo padre perché qui c’è ancora il P. Abate Caronti, che parte
domani”. Io corsi in municipio (mio padre era guardia municipale), lo trascinai
nella canonica e parlammo con l’Abate. Fui accettato. E incomincia qui il mio
rapporto con i monaci. Di quel primissimo periodo ricordo la benedizione della prima pietra.
Anche qui, voi non avete più una idea di quello che era questa zona. Nello
sfondo, qui in alto, c’era la “Villa Lenti”, e tutta la zona intorno, fino alla
strada, era brulla e sassosa. Eravamo in piena estate, il 18 agosto 1932, e lì,
all’angolo ove ora c’è il monastero un gruppo di persone: c’erano cinque monaci
e l’Abate Caronti in abito pontificale, c’erano i muratori per gestire la posa
della prima pietra, e c’ero anch’io, vestito da chierichetto, che reggevo il
pastorale. Chissà se è a qualcuno passato per la mente che un giorno quel
pastorale l’avrei tenuto in mano qui, nella stessa abbazia di cui in quel
giorno si metteva la prima pietra. Ma non potete immaginare la sterilità,
l’aridità del luogo, che è proprio ciò che ha creato una certa resistenza nella
comunità di Parma, e che io ho vissuto sulla mia pelle da ragazzo. Da Noci vennero a Parma tanti ragazzi per farsi monaci, ma non vi
rimase nessuno. Io ho vissuto da solo, per ottanta anni unico monaco di Noci a
Parma. La grazia del Signore adesso ha
voluto che da Noci sia venuto un altro monaco, Vito Goffredo, anche lui rubato
alla diocesi come me: e allora a me tocca cedere il testimone, perché ormai
siamo sulla via della partenza”.
E qui sono giunti gli applausi fragorosi. Dopo la S. Messa tutta la
gente si è riversata nel chiostro del monastero, dove era allestita una mostra
fotografica, curata appassionatamente dall’archivista P. Gennaro con la
collaborazione dal fotografo Mimmo Guglielmi. Grazie al numeroso materiale
fotografico custodito nell’archivio monastico, è stato possibile, attraverso
una selezione tematica (comunitaria, storica, spirituale, ecumenica,
editoriale, artistica, ecc.), ripercorre in 15 pannelli la storia degli ottanta
anni di vita del monastero, iniziando dalle radici familiari di Donna Laura
Lenti, nostra grande benefattrice. Molti hanno ammirato le foto antiche del
monastero dalla costruzione fino ad oggi, e molti hanno anche riconosciuto i
propri volti. Ma vi sono anche le foto degli affreschi del coro monastico e
delle tele del refettorio, che non tutti possono ammirare, perché all’interno
della clausura. Dato il suo interesse e la sua attualità, molti non si volevano
staccare dalla mostra, e altrettanti si sono ripromessi di venire un’altra
volta con guardarla con più calma. La mostra, infatti, è rimasta aperta sino
alla fine di agosto. Uscita dal chiostro, davanti al monastero, la gente ha
potuto rifocillarsi con qualche bevanda fresca e qualche stuzzichino… e ce
n’era bisogno, dopo tante ore dedicate allo spirito.
21 luglio
Concerto Festival della
Valle d’Itria
Sempre nel contesto dell’80° di fondazione del
nostro monastero, la direzione del Festival Internazionale della Valle d’Itria
– con sede in Martina Franca (TA) e giunto alla sua 36ª edizione – in accordo
con l’Amministrazione comunale di Noci, ha voluto rendere omaggio alla comunità
monastica offrendo un concerto dedicato al grande musicista Alessandro
Scarlatti, nel 350° anniversario della sua nascita (1660-1725). Il Coro di
Bratislavia, accompagnato dall’Orchestra del Mediterraneo, ha eseguito il
“Salve Regina II” e la “Messa di S. Cecilia”. Le numerose persone presenti, tra
cui diverse autorità, come i sindaci di Noci, Martina Franca (TA) e Bari, hanno
apprezzato l’alto livello dell’esecuzione e la liricità spirituale di cui i
brani cantati erano intrisi.
30 luglio 2010
60° di Ordinazione
sacerdotale di P. Lorenzo e P. Giovanni
I due padri più anziani del monastero, il 30 luglio hanno celebrato un
traguardo ragguardevole: 60 anni di sacerdozio. Sessanta anni sono molti e non
tutti hanno la possibilità di arrivarci, sia pure con qualche acciacco. P.
Lorenzo e P. Giovanni furono ordinati a Noci, in chiesa Madre, perché erano i
primi sacerdoti del monastero della Madonna della Scala, che allora era ancora
un Priorato indipendente, cioè non ancora “abbazia”, dato che non si era
raggiunto il numero richiesto di monaci. Il priore di allora era il P. D.
Giovani Battista Ceci, mentre il Vescovo ordinante fu Mons. Gregorio
Falconieri. I festeggiati hanno ricordato la data del 60° di sacerdozio con due
diverse immaginette. Quella di P. Lorenzo riproduce un’icona del nostro S. P.
Benedetto e reca sul lato opposto un semplice ringraziamento al Signore: “Per
tutti i benefici che ci hai elargito”, con le date 1950 – 30 luglio – 2010.
Quella di P. Giovanni, invece, nella prima parte riporta l’augurio che gli fece
D. Giovanni Calabria, di Verona, oggi santo, e che D. Giovanni ha conosciuto e
amato. Qualche mese prima della sua morte, il santo gli regalò il suo libro Apostolica vivendi forma, sul cui
frontespizio aveva scritto con grafia incerta la seguente dedica: “Assunta ’50
JMJ. Caro P. Giovanni, sii sempre novello sacerdote e prega per me… D. G.
Calabria”. Nell’altra parte
dell’immaginetta sono quindi riportate le due date: 1950 – 30 luglio – 2010. La S. Messa concelebrata è stata presieduta da P. Giovanni. Per
l’occasione si è usato quello stesso calice che usò S. Giovanni Calabria, il
fondatore di una Congregazione religiosa denominata “Congregazione dei poveri Servi”,
presso la quale, per diversi anni, è stato Visitatore apostolico l’Ab. Emanuele
Caronti, divenuto poi anche amico personale del Santo. Dopo la morte del
Fondatore, i suoi successori regalarono il calice, usato dal Santo, al P. Ab.
Caronti, il quale lo adoperò fino alla morte, quando celebrava la S. Messa. P.
Giovanni ha tenuto una breve omelia. Ecco alcuni pensieri:
“Facendo un calcolo approssimativo avrò celebrato
circa ventiduemila Messe. È un numero grande che mi fa pensare. Come possiamo
leggere il passato? La chiave di volta ce la dà D. Giovanni Calabria, che,
pochi giorni dopo la mia ordinazione, mi scrisse: “Sii sempre un novello
sacerdote”. È bellissimo. Il novello sacerdote non fa progetti, ma nel suo
interno è un contemplativo. Vede tutto bello. Che bellezza! È proprio con questi occhi che dobbiamo guardare al
passato, pur mantenendoli anche verso il futuro e il presente. Gesù ci ha detto
nel Vangelo: “Non siete voi a scegliere me, ma io ho scelto voi”. P. Lorenzo e
io abbiamo la gioia di essere stati scelti, e di solito Dio non prende i
migliori, e quindi dobbiamo ringraziarlo, in contemplazione, perché questa
chiamata è meravigliosa. Dice ancora Gesù nel Vangelo che abbiamo letto oggi:
“Non vi chiamo più servi, ma amici”. P.
Lorenzo e io siamo stati chiamati per essere amici. Non è bello? Egli ci ha
amati fino a morire per noi, e noi siamo lì in estasi, stupiti per questo
meraviglioso dono. Concludiamo questi nostri pensieri, un po’
disordinati col desiderio e l’impegno di continuare ad essere contemplativi,
nella gioia e nell’amicizia”.
P. Lorenzo ha poi aggiunto queste poche e semplici
parole:
“Pensando ai giorni passati, ricordando i 60 anni di
sacerdozio, un canto mi ritorna nel cuore: “Benedici, Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome. Egli ha perdonato tutte le mie
colpe, mi ha coronato di grazia e di misericordia, ha saziato di beni i miei
giorni”. Mentre appunto tutti i giorni, nell’offertorio della Messa, prego il
Signore che su quella patena e in quel calice ponga me e tutta la mia vita e,
mediante il suo Spirito, mi trasformi in Gesù. Ebbene, io ho terminato. Chiediamo a questa santa
assemblea che davvero il Signore si serva di me per la sua gloria, come si è
servito di Cristo, che ha dato la sua vita perché da Lui avessimo la vita di
Dio”.
La S. Messa è terminata con in il canto del Magnificat in ringraziamento per tutti i
benefici elargiti ai nostri due confratelli in questi 60 anni di sacerdozio.
4 agosto 2010
Concerto
corale della Schola cantorum “S. Cecilia” di Monopoli
La sera del 4 agosto, alle ore 20.00, è
stato eseguito un concerto polifonico con musiche di Perosi, Bartolucci, Palestrina e altri. Nella chiesa si è avuto il pienone e un raccoglimento
degno della musica eseguita. Il concerto è durato poco più di un’ora, e ogni
brano eseguito era seguito da un caloroso applauso. Nel
Programma, distribuito in chiesa, c’era una presentazione del P. Ab. Donato
Ogliari, che spiega bene il perché di questo concerto offrendo sinteticamente
un commento estetico dei singoli pezzi che sono stati eseguiti. Riproduciamo
integralmente il testo:
“In occasione della Solennità della Madonna
della Scala, nell’ottantesimo anniversario della fondazione del monastero,
desideriamo offrire agli amici e ai fedeli che ci frequentano un momento di
elevazione spirituale e culturale mediante un concerto di musica polifonica.
Esso ripropone grandi capolavori musicali dedicati al servizio divino e in gran
parte legati alla tradizione gregoriana, cara all’Ordine benedettino. Dall’Annunciazione della B. V. Maria, evocata dal
solenne Magnificat di Lorenzo Perosi
in apertura di concerto, si passerà all’antifona mariana di Quaresima, Ave Regina coelorum, nella limpida
versione polifonico-gregoriana di Domenico Bartolucci, e quindi alla commovente
implorazione quaresimale O Jesu Christe,
di Jacob van Berchem, autore rinascimentale fiammingo attivo in Puglia, e
all’antifona Pueri Haebreorum e
all’inno Gloria laus, nelle possenti
intonazioni di Domencio Bartolucci, sempre sgorganti da una pura vena
gregoriana. Dalla medesima ispirazione provengono la sequenza
pasquale Victimae Paschali,
dell’indimenticabile don Cesare Franco, musicista di Acquaviva delle Fonti e
attivo a Bari, e il cantico della vigilia di Pentecoste, Sicut cervus, dell’immortale ed universale Pierluigi da Palestrina. Ancora di Perosi l’Ecce Sacerdos – responsorio che si intona nell’accogliere
solennemente il Vescovo in visita, fuori del tempo pasquale – e di Cesare
Franco il mottetto Ave verum corpus
che rievoca la solennità del Corpus Domini. In conclusione, quale omaggio
finale alla Patrona, una delicata Ave
Maria dello stesso Franco, composta per l’offertorio della festa del Nome
di Maria, e il monumentale Tota pulchra
di Domenico Bartolucci, il direttore emerito della Cappella Sistina, inno
privilegiato per la solennità dell’Immacolata, in una smagliante versione che
riassume venti secoli di musica liturgica. Insomma, un viaggio attraverso la Bellezza al
servizio del culto, quella bellezza alla quale nessuna liturgia dovrebbe
abdicare”.
5 agosto Solennità della Madonna della
Scala
Dopo l’Ufficio
delle Letture, le Lodi sono state celebrate pontificalmente e hanno dato il
tono alla festa. E, dobbiamo notarlo a lode dei confratelli, questa festa della
Madonna della Scala è molto sentita anche perché i testi sono proprio belli,
scelti con gusto, e le antifone sono state musicate da P. Gregorio Santolla. Un tocco ulteriore di festa, nel contesto dell’80° di fondazione, è
stato dato dalla presenza del rev.mo P. D. Mauro Meacci, Abate di Subiaco,
culla della nostra Congregazione Benedettina alla quale noi apparteniamo e che
viene detta appunto “Sublacense”. Egli ha presieduto la S. Messa concelebrata.
Ne riassumiamo l’omelia:
“La Madonna della Scala indica la Madre di Colui che è veramente la
scala per il cielo, Gesù. E la Madre di Gesù ha una cosa importantissima da
dirci: “Fate tutto quello che Egli vi dirà”. E che cosa ci dirà? “Io sono il
Figlio di Dio”. La prima cosa che noi dobbiamo fare è credere in questa rivelazione che
Gesù fa di se stesso, altrimenti non si capirebbe perché dovremmo impegnarci in
quel cammino difficile, arduo, che ci condurrà fino a morire in croce per Lui. Oggi viviamo in un tempo singolare. Quando eravamo più giovani
incontravamo persone che ridevano della nostra fede in Gesù. Nella nostra
Toscana [regione della quale è originario
l’Ab. Meacci] ci dicevano: “Gesù non è mai esistito. È tutta invenzione dei
preti, per tenere la gente sotto di sé”. Oggi il clima è un po’ cambiato e quasi nessuno mette in dubbio
l’esistenza di Gesù; mette però in dubbio la sua significatività. Le persone
che dicono di non avere fede riconoscono che Gesù è un campione di umanità, un
grande uomo. Viviamo cioè in un’epoca nella quale, intorno all’umanità di Gesù,
c’è una convergenza notevole. Ma ci si dice: “Perche voi cristiani vi
intestardite nella pretesa di dichiararlo Figlio di Dio? Perché non vi
accontentate, come noi, di riconoscerlo come un grande uomo, come ispiratore di
grandi e nobili ideali?” Cari fratelli, noi non ci possiamo stare a questo, perché, se non
riconoscessimo che Gesù è il Figlio di Dio, semplicemente cesseremmo di essere
cristiani. Infatti, coloro che riconoscono solamente la grandezza umana di
Gesù, tendono a mettere tra parentesi tante altre parti del suo insegnamento,
tendono ad adattare alla mentalità corrente ciò che Lui ha voluto insegnarci. Ma c’è un’altra cosa che dobbiamo imparare da Lui: “Fate tutto quello
che vi dirà”, ci ha detto la Madonna. Come se ci dicesse: “Fate quello che Egli
ha fatto”. Di nuovo: quante cose ha fatte Gesù! Tantissime. Come riassumere la
vita di Gesù in un unico gesto, in un’unica parola? Eccolo: “Io sono il Figlio
di Dio”. Perciò dobbiamo ascoltare con fiducia e credere a quello che ci dice. C’è poi un gesto che riassume tutta l’esistenza di Gesù, ed è la croce.
La croce che capovolge il rapporto dell’uomo con Dio. La croce come luogo nel
quale Dio dona la sua vita senza chiederci nulla. La croce come luogo nel quale
Dio dona la sua vita non perché noi eravamo buoni, ma proprio perché eravamo
cattivi, perché eravamo lontani da Lui. “Fate tutto quello che ha fatto” significa offrirci nelle circostanze
varie della vita, darci interamente agli altri senza aspettarci niente in
cambio. Allora la nostra prima reazione è il pensiero che se noi facessimo
così, saremmo condannati ad essere mangiati sempre e da chiunque. Bene,
fratelli, il Vangelo non è ancora riuscito a rinnovare veramente il mondo, non
ha trovato cristiani capaci di seguire Gesù sulla via impegnativa della croce. Ebbene, tutto questo per capire sempre meglio la parola di Gesù: “Io
sono il Figlio di Dio”, per vivere sempre meglio come Gesù ha vissuto, ci vengano
incontro l’intercessione e la preghiera di Maria. Lei ha conosciuto come nessun
altro chi fosse il Figlio generato dal suo grembo. Lei ha vissuto da vicino e
ha visto da vicino che cosa significava per Gesù morire in croce. Lei è Madre
sua e Madre nostra e, con la sua intercessione, può trasfondere nei nostri
cuori lo stesso amore per Gesù. Ritorniamo spesso su questa parola: “Fate quello che vi dirà”. Non
stanchiamoci di ritornarci, perché è una parola facile a dirsi, ma estremamente
impegnativa da vivere e da prendere sul serio, perché significa che la sua
Parola deve diventare decisiva per la nostra vita e il suo esempio deve
diventare formativo di ogni nostra azione e di ogni nostra scelta. Ci aiuti in questo la nostra Mamma celeste, la Madonna della Scala, e
ci dia forza l’Eucaristia che stiamo celebrando. Nel segno del pane e del vino
consacrati, noi riceveremo lo stesso Gesù, farmaco di vita, farmaco
d’immortalità, forza e sostegno della nostra vita cristiana”.
Dopo la Comunione ha preso la parola il P. Abate Donato Ogliari che con
brevi e incisive parole ha chiuso in bellezza le celebrazioni dell’80° della
fondazione del nostro monastero. Vogliamo ritrascrivere integralmente quello
che ha detto:
“Concedetemi due parole. La prima, anzitutto, è di gratitudine al
rev.mo P. Abate di Subiaco dom Mauro Meacci, che ci ha voluto onorare della sua
presenza in questa festa così cara alla nostra Comunità monastica e a quanti ci
sono vicini, e a tutti voi qui presenti questa sera. Un sentimento di
gratitudine che sale dal profondo del cuore, anche per quelle parole profonde,
illuminate ed esigenti, che ci ha rivolto questa sera e che, con l’aiuto della
Madonna della Scala, cercheremo di fare nostre e di trasfondere nella nostra
vita quotidiana. Grazie anche a tutti voi, appunto, che siete qui presenti
attorno alla nostra Comunità monastica. Grazie ai cavalieri e alle dame
dell’Ordine del Santo Sepolcro della Sezione di Conversano-Monopoli, che pure
hanno voluto essere con noi questa sera per dire con noi grazie al Signore. Di “grazie” ne abbiamo detti diversi in questi ultimi giorni, in queste
ultime settimane, nel contesto dell’80° di fondazione del nostro monastero. Lo
abbiamo elevato forte e sincero il giorno seguente la solennità di S.
Benedetto, il 12 luglio scorso, 80° anniversario giusto giusto dell’arrivo dei
monaci su questa collina della Scala, e vogliamo in qualche modo riepilogarlo
oggi nell’altra festa ugualmente cara alla comunità monastica, quella della
Madonna della Scala. E vorrei per questo riandare un po’ indietro nel tempo, appunto
a 80 anni fa. Il 14 luglio 1930, dunque dopo tre giorni dall’arrivo dei monaci a
Noci, in città fu distribuito un volantino, sottoscritto con queste iniziali:
v.n.o.s.s., che stanno per: Vito Notarnicola dell’Ordine del Santo Sepolcro. In
questo volantino, tra le altre cose, si diceva anche questo: “I Benedettini da tre giorni sono tra noi e,
nel vederli e sapere che qui fissano stabile dimora, tutti esultano e come le
osannanti turbe del dì delle Palme, battano le mani e ripetono: Benedetti siate
voi da Dio mandati nella nostra città”. Noi ci auguriamo che questa benedizione, invocata sui nostri
predecessori ottanta anni fa, continui a mantenere la sua validità anche oggi.
Ci auguriamo davvero che il Signore continui a benedire i passi della nostra
Comunità affinché possa essere, al di là della facile retorica, un vero faro
per il nostro territorio, un faro di spiritualità, ma anche un faro di umanità,
perché non c’e vera spiritualità senza vera umanità. Riportiamoci ancora indietro nel tempo, nello stesso anno 1930. Dopo
poco più di un mese dall’arrivo dei monaci, l’Abate Caronti voleva dare inizio
ai lavori di costruzione del monastero con la posa e la benedizione della prima
pietra, proprio il 5 agosto, festa della Madonna della Neve, che da allora sarebbe
dovuta diventare la festa della Madonna della Scala. Siccome, però, l’Ab. Caronti venne a sapere che il giornale “Il
Mattino” di Napoli aveva dato l’annuncio di questo evento, egli, che era
profondamente umile e non amava la pubblicità, fece spostare la cerimonia al 18
agosto. Ma anche in quell’occasione i Nocesi, da buoni segugi, erano riusciti
ad esserne al corrente per tempo e un altro volantino (si vede che si davano
volentieri al volantinaggio, i Nocesi di allora!) fu distribuito. In esso comparivano
anche queste parole in latino: “Gaude
terra Nucum quae hoc thesaurum possides”: Gioisci, terra di Noci, che
possiedi questo tesoro”, cioè la presenza monastica benedettina. Per i primi due anni (1930-1932) i monaci abitarono nella casa canonica
della Chiesa Madre di Noci, in attesa che si costruisse e si completasse una
parte del monastero. La vita regolare, infatti, ebbe inizio il 5 agosto 1932,
con la dedicazione della prima parte della fabbrica monastica, alla presenza
dell’allore Vescovo di Conversano, Mons. Domenico Argnani. In quell’occasione,
l’Abate Emanuele Caronti disse: “Il Signore, che di preferenza sceglie le
alture per manifestarsi agli uomini, possa, dal monte della Scala, per la
santità, per la preghiera e l’opera dei monaci, manifestarsi a tante anime
bisognose di Lui”. Un compito che rimane intatto e attuale anche per
noi, e ora tocca a noi, monaci di oggi, di non disattendere queste aspettative.
È vero, anche noi siamo fragili come tutti, non siamo dei superuomini, a
cominciare da colui che vi parla e che oggi ha la responsabilità di guidare
questa Comunità. Però il Signore sa operare le sue meraviglie anche con poveri
strumenti. E di questo noi siamo consapevoli, e anzi questa certezza fonda la
nostra fiducia nell’avvenire, quell’avvenire che affidiamo alla Vergine Santa,
che qui onoriamo e veneriamo sotto il titolo di “Madonna della Scala”, e che
affidiamo anche a voi, alla vostra preghiera e alla vostra vicinanza”.
|
|
|