Perciò tutto, nell’isolamento del monastero, è ordinato a creare l’ambiente propizio per una vita di preghiera. Lo stesso isolamento del monastero, il lavoro giornaliero, la lettura e lo studio nel chiostro o nella cella, l’ufficio cantato in coro, tutto ha la sua funzione nel conservare il monastero quale deve essere: un santuario dove si incontra e si conosce Dio, lo si adora e, in un certo modo, lo si vede nell’oscurità della contemplazione.
(T. Merton, Vita nel silenzio. Brescia 1957, pp 35-38):
Al motto ORA ET LABORA è stato giustamente aggiunto un altro verbo ET LEGE.
Ossia la lettura meditata della Parola di Dio:
“la lectio divina”
Il carisma del monaco benedettino è dello stesso ordine di quello della madre di famiglia che, nel silenzio e nel segreto del suo amore e della sua casa, dà la sua vita a coloro ai quali ha dato la vita. Quando si dice monaco benedettino si pensa subito alla “liturgia solenne” ovvero la manifestazione di ciò che si vive nella comunità.
Lo stile e la lingua della “liturgia monastica delle ore” è di forte richiamo e parla di Dio proprio nella misura in cui la comunità vive questa unità nell’amore, di cui Cristo ha detto:
“È a questa testimonianza che il mondo crederà”.
Questo fare la comunità nell’amore, con tutto ciò che comporta di gioie e di sofferenze, di pazienza e di meraviglia, di confidenza e di perdono, costituisce la vera missione monastica; l’opera di Dio alla quale non dobbiamo anteporre nulla, perché su questo il monaco di San Benedetto verrà giudicato.
Un giornalista francese, Louis Veuillot, dopo alcuni giorni passati in monastero,
così scriveva nel 1860:
“Studio di nuovo la vita del monaco. Non c’è ne un’altra al mondo che sia così ben organizzata contro la depressione e la noia. Il monaco ha sempre qualcosa da fare, ma senza fretta. Essere sempre occupato e mai pressato dalla fretta è paradiso in terra, mi sembra, e il paradiso celeste deve essere un po’ così.”
Aggiungete la fiamma del cuore. Il monaco è sempre alla presenza di Dio, parla a Dio e lo ascolta; egli serve Dio e impara ad amare Dio.
È la strada giusta per la felicità introvabile sulla terra.
Infatti trovo questi uomini molto felici; non hanno sciocchi litigi, né preoccupazioni meschine; non sono affatto obbligati a seguire la moda e a offendere il loro corpo con ornamenti; non corrono, non chiacchierano; gli alti e bassi della vita quotidiana non li toccano neppure. Sono dolci, semplici, seri, gentili, vivono di preghiera, di pensiero, di aria salubre.
Il loro cimitero è all’ombra della chiesa; quando vi riposeranno terranno la testa accanto al basamento dell’altare.
Loro sono proprio dei re, mentre noi siamo nient’altro che facchini”.